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poeticamente sul calcio

Fognini: “zingaro di merda” ma senza razzismo

Dopo l’insulto “zingaro di merda” al suo avversario Filip Krajinovic, Fabio Fognini fa marcia indietro, chiede scusa, non voleva offendere nessuno. Si appella al fatto che nello sport a volte si dicono cose senza senso, come se la tensione potesse giustificare simili colpi di testa. Inoltre il suo insulto è ben specifico, ha un carattere razzista che non può essere sottovalutato. Dopo le fragili scuse Fognini però torna subito all’attacco, se la prende con la “gente a casa davanti alla tv a grattarsi le ascelle” (intervista al corriere della sera), mentre lui è in campo - come se si trattasse di un militare o di un neurochirurgo in azione; se la prende con i giornalisti, che strumentalizzano i suoi, tutto sommato, banali insulti. Ma soprattutto il bravo vecchio Fognini si abbandona ad un rimprovero retorico con se stesso “non sfruttare il mio talento va contro me stesso”. Insomma a rimetterci è sempre lui. Nauseante.
Fognini non ha talento alcuno, è un giocatore di tennis professionista certo, ma non passerà alla storia. È un ragazzo italiano ignorante, imprigionato nel mito maschilista per cui il vero uomo non riesce a dominare i propri istinti: racchette rotte, litigi e insulti. Fabio è un vero uomo, è uno autentico lui, come Balotelli, teste calde ma bravi ragazzi. Siamo noi altri a giudicarli male, noi con “questa mentalità italiana” che non funziona. Per fortuna Fognini convince solo se stesso, il popolo di twitter gli fa presente quanto sia imbarazzante, ma “basta polemiche”’ in fondo dare dello zingaro di merda non è espressione di alcun razzismo, stava giocando a tennis, male come sempre, e si è sentito frustrato. Fogní, accetta uno consiglio: lascia perdere.

"Un filo sopra Zaccheroni, un filo sotto Ranieri"
Maurizio Crosetti, sull’ingaggio di Allegri alla Juventus.

Zona Cesarini, una poesia.

Il tiro, maledizione, ribattuto
sulla linea nell’ultima convulsa
mischia a portiere
nettamente fuori casa, fuori causa, col dito
mignolo, con la spalla, con l’occipite, con
la radice del naso
dell’avversario accorso, guarda caso,
da metà campo – o forse (chi capiva
più niente con quel buio) dal compagno
che va in cerca di gloria
a scapito evidente degli schemi
non più tardi di ieri ribaditi
nella fantastica pace del ritiro
dal mister quando ancora
tutto, anche vincere, anche
azzeccare questo tiro teso, radente, tra decine
di gambe e lentamente
spalancando la bocca
correre verso il centro, rotolarsi
nell’erba, in lenta muta sfida stendere
le braccia al cielo era possibile…

[Giovanni Raboni, Nel grave sogno]